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29 ottobre 2005

Perchè Luttazzi sbaglia quando parla della Legge Biagi

Occuparsi di Luttazzi in questo periodo è decisamente di moda.

Per tutto ciò che riguarda il Luttazzi-Gate e le polemiche scatenate dal  Caso Plame andate dai twins. C’è scritto tutto.

Non ho commentato il post “incriminato” perché non ne avevo le competenze,se non per una disamina generale dell’argomento.

Però Luttazzi lo seguo (non da questo post) e così mi accorgo che scrive un post sulla legge Biagi e sull’introduzione dei Collaboratori a Progetto.
L’articolo è un insieme di critiche,alcune su particolari aspetti della legge, altre sull’impostazione generale.

Come è normale che accada in un blog di un artista comico, i toni sono forti,talvolta i commenti vanno forse un po’ al di là del limite di tolleranza con espliciti inviti alla violenza. Ma questo,si sa, è nel gioco delle parti e vogliamo dire da subito che non è per fare la paternale a Luttazzi che scriviamo questo post.

Lo facciamo perché la nostra esperienza personale ed accademica è legata a doppio filo a quella di Marco Biagi e a coloro che ne hanno con onestà portato avanti il lavoro dopo la sua morte.

Con la stessa onestà,non ci sentiamo di condividere alcune rilievi mossi da Luttazzi alla legge e ci sembra doveroso rimarcare i punti oscuri della sua disamina.

Senza intenti polemici o provocatori, come in un normale dibattito civile dovrebbe accadere. Confrontando opinioni diverse.

L’impostazione generale.

Luttazzi parla di legge Biagi (anzi, nomina la legge 30 e i decreti attuativi, ma parliamo della stessa cosa) ma non parla di ciò che c’era quando la legge fu scritta. Ossia, evita la cosiddetta “disamina dell’attuale”.

Non è un dato da poco perché questa legge ha dovuto intervenire in una situazione del tutto particolare.

Il nostro è un sistema giuslavoristico che si è formato interamente negli anni 70. Anni di grandissimo sviluppo economico in cui l’unico interesse delle parti sociali era (giustamente) dare tutela ai diritti del lavoratore sul posto di lavoro.

Nacque così,in condizioni di grande occupazione e bassa tutela, lo Statuto dei Lavoratori, tecnicamente noto come legge 300 del 1970.

Una legge che,con i suoi limiti, rispondeva a pieno alle esigenze del momento e alle caratteristiche tipiche di quel mercato: grandi masse di operai,fidelizzati alle grandi imprese. Il fenomeno “un lavoro per tutta la vita”,trovava in Italia una legge che lo riconosceva e lo incentivava. A scapito di altri aspetti del mercato.

Niente di scandaloso, ma è doveroso dire che trent’anni sono passati e la situazione è cambiata.

La crisi del criterio di subordinazione,così come inteso dal combinato disposto di Statuto dei Lavoratori e Codice Civile è evidente e sotto gli occhi di tutti.

La tendenza espansiva che il diritto del lavoro ha mostrato in questi trent’anni ha fatto si che la distinzione bianco-nero (autonomo-subordinato) non fosse più sufficiente a spiegare il complesso mondo delle dinamiche occupazionali.

La “zona grigia”,ciò che modernamente si chiama “collaborazione”, ha finito per guadagnarsi uno spazio importante. Non derubricabile a mera “eccezione” o a fenomeno “settoriale”.

Andava considerato un “tertium genus” tra lavoro subordinato e lavoro autonomo.

Ci provò Tiziano Treu. Istituendo la figura dei co.co.co.

Purtroppo,come spesso accade,il tentativo di non scontentare nessuno (Confindustria e Sindacati) portò alla creazione di un mostro.

Un sistema che,chiaramente, incentivava l’utilizzazione fraudolenta di certe tipologie contrattuali e finiva col creare un larghissimo spettro di precariato non tutelato,senza concorrere al raggiungimento di obbiettivi importanti come l’innalzamento del tasso di occupazione e il “de-congelamento” del mercato del lavoro.

La situazione in cui opera Marco Biagi è questa. Un mercato bloccato, un altissimo tasso di “lavoro sommerso”, un numero molto alto di contratti a contenuto formativo utilizzati in maniera distorta, tassi crescenti di disoccupazione giovanile e di lunga durata e,ciliegina sulla torta, un nuovo fenomeno di precariato lavorativo creato proprio da quell’introduzione di flessibilità che avrebbe dovuto scongiurare certi esiti.

 

La rivoluzione copernicana di Marco Biagi.

Marco Biagi,e qui Luttazzi compie il secondo errore, capisce una cosa fondamentale e,prima degli altri, riesce a darne anche una soluzione pratica.

Il lavoratore non va più tutelato nel suo posto di lavoro, bensì sul mercato.

Insomma,da una tutela statica bisogna passare ad una tutela dinamica.

Marco Biagi ipotizza nel suo “Libro Bianco” un nuovo sistema di tutele, a cerchi concentrici e geometrie variabili.

E’ molto più semplice di quello che possa sembrare: si tratta,infatti, di individuare un’area di inderogabilità assoluta (pertanto  non disponibile,né singolarmente né in via collettiva) di diritti fondamentali imputabili ad ogni prestazione lavorativa, indipendentemente dalla sua natura.

A questa inderogabilità assoluta, andrebbe poi affiancata un’inderogabilità relativa, lasciata a disposizione della contrattazione collettiva o in sede di contrattazione individuale con gli appositi strumenti di certificazione.

Le “geometre variabili” inciderebbero sul diverso grado di dipendenza economica e di anzianità di servizio del lavoratore.

Proprio per questo è sentita l’esigenza di passare da uno “statuto dei lavoratori” ad uno “statuto dei lavori”; che colga le novità del mercato e adatti il nostro sistema al dato attuale.

Si tratterebbe di muoversi lungo le linee comunemente definite  “strategia di Lisbona”, ossia occupabilità, pari opportunità, imprenditorialità e adattabilità.

Lo stesso principio va teorizzato anche per i contributi previdenziali: zoccolo duro comune e parti variabili concentricamente.

La legge Biagi, in ogni paradigma riformato si muove in questa direzione. Soprattutto nell’introduzione di nuove forme di flessibilità.

 

I Collaboratori a Progetto.

E veniamo al punto cruciale del discorso di Luttazzi.

Criticando i Lavori a Progetto,Luttazzi dice:“i lavori flessibili non sono veri lavori” e giustifica il tutto portando ad esempio il mutuo negato a due coniugi “precari”.

L’esempio,sicuramente, esiste. Come esistono esempi contrari ma non c’entra con la questione. Il sistema bancario italiano, mostra qui un’indubbia arretratezza che poco c’entra con la legge sul mercato del lavoro.

Se vogliamo dirla tutta, diciamo allora che i problemi che questa legge pone nascono dal fatto che sia una legge moderna in un paese vecchio.

Allora il problema non è cancellare la riforma del lavoro, è riformare tutto il resto. Che non funziona, ed è sotto gli occhi di tutti.

Luttazzi poi dice che la legge Biagi viene usata dalle aziende per pagare meno i lavoratori.

Non è vero, la legge biagi ha,casomai, contribuito all’emersione di una larga fetta di lavoro “grigio” utilizzato come subordinato. Portando tutele a chi non ne aveva. Certo,sono tutele inferiori a quelle di un lavoratore subordinato, ma sono pur sempre tutele che vanno a chi ne era totalmente sprovvisto.

Chi parla di “giustizia sociale”, dovrebbe ammettere con onestà che questa legge va proprio in quella direzione di riequilibrare situazioni altamente “ingiuste”; garantendo un minimo di protezione a chi non ce l’aveva.

Se poi,come dice Luttazzi, questa legge crea collaboratori che sono perfetti dipendenti il dato non andrebbe imputato alla legge, bensì all’annoso problema della giustizia in Italia.

Se il sistema giudiziario non riesce ad andare di pari passo col mondo reale, allora andrebbe modificato e riformato radicalmente.

Non si abrogano le leggi perché i giudici non le fanno rispettare.

Va inoltre aggiunto che i dati sull’occupazione sono diversi da quelli che Luttazzi propone. I suoi non sono sbagliati, ma fortemente incompleti.

Quando afferma che “il 76% dei collaboratori ha un contratto atipico ma un lavoro da dipendente” fa un doppio errore:

-         omette di dire che i dati istat dimostrano come sia in calo l’incidenza del precariato sul totale dei nuovi posti di lavoro,

-         non tiene conto del fatto che con questa legge viene superata la dicotomia subordinato-autonomo e,conseguentemente, anche parlare di atipicità finisce per essere decisamente inpreciso. A rilevare,infatti, non è l’atipicità della posizione del lavoratore subordinato, bensì la strumentalità della sua prestazione rispetto ad un progetto più ampio. Va inoltre aggiunto,per onor di cronaca, che nel d.lgs 276/2003 prevede norme anti-elusive che non hanno precedenti nel nostro ordinamento.




permalink | inviato da il 29/10/2005 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (37) | Versione per la stampa

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